Una caletta naturale sormontata da scogliere e anfratti che si apre al termine di un costone a picco sul mare. La cala conosciuta anche come porto di Oreste per la leggenda, riportata da molti storiografi Romani, secondo la quale Oreste, perso il senno dopo il matricidio, lo riacquistò bagnandosi sette volte proprio nelle acque di Rovaglioso.
Il 16 agosto del 1972 furono ritrovati e recuperati i Bronzi di Riace, attualmente conservati nel bellissimo Museo Archeologico di Reggio Calabria il MArRC, che ho visitato pochi giorni fa.
Per me è stata una emozione enorme vedere queste opere che assieme alla Gioconda, il David e la Pietà di Michelangelo e altri capolavori hanno costituito un mito negli studi di storia dell’arte e nella mia personale passione per l’arte.
Me li aspettavo più grandi ma sono praticamente a grandezza naturale e fatti in bronzo e rame e argento per i particolari. Abituata al marmo michelangiolesco a canoviano è stato incredibile vedere come tutte le parti anatomiche siano precise e reali.
Sembra davvero che da un momento all’altro i due guerrieri stiano per partire all’attacco. Sono veramente meravigliosi come tutto il museo che vi consiglio assolutamente di visitare perché anche didatticamente è fatto benissimo.
Ti guardo dal basso verso l’alto con l’unico desiderio di inchinarmi alla tua bellezza decaduta.
Penso a quel Dio che ti isolò sullo scoglio per godere del tuo splendore e poi te lo tolse quando altri cominciarono a scoprirlo.
Stolto lui che, pur nella sua divinità, non aveva capito che il solo toccarti ti aveva reso divino per sempre.
Scoglio dell’Ulivo, simbolo della frazione balneare di Palmi (RC). Bene protetto grazie all’antichità e alla particolare conformazione della pianta.
È un luogo di grande suggestione e spiritualità, oltre che di forte energia. Non per altro l’ulivo negli studi di Bach è la pianta utilizzata per ridare vigore.
Ti amo Calabria Per gli assorti silenzi delle tue selve che conciliano i sogni dei pastori e le estasi degli eremiti. Ti amo per quel fiume di alberi che dalle timpe montane arriva ai due mari a bere il vento del largo frammisto all’aroma del mirto. Ti amo per le solitarie calanche chiuse da strapiombi di rocce che prendon colore dall’alga nata dallo spruzzo dell’onda… Ti amo per le spiagge deserte bianche di sole e di sale dove fanciulle invisibili sorelle di Nausicàa corrono sul frangente marino i piedi slacciati dai sandali. Ti amo per la fatica durata a domar le montagne, a bucarle, a intrecciarle a festoni di pergola, a cavarne grasse mammelle di moscato d’oro per mense di dei. Ti amo per l’aspro carattere fortificato da solitudini secolari, bisognoso di poche essenziali parole mai vacillante davanti alla congiura dei giorni. Ti amo, infine Calabria, per l’uomo che hai fatto di me in tante amarissime prove. Un uomo disinteressato e leale sempre aperto alla fiducia sempre disposto a dare senza niente ricevere in cambio. E ti amo pure, Calabria, per il male che brutalmente gli eterni làzzari della tua Storia han fatto a me il bisogno di assoluto di verità di giustizia di libertà di eguaglianza che tu mi desti col sangue. Minacciato di morte sommaria promesso al carcere a vita potei misurare dal bene che continuavo a volerti quanto tu fossi me, Calabria, quanto io fossi te, Calabria. Ti vedevo con gli occhi il sorriso la voce il passo di mia madre, e da quel momento cessai di temere, fui sicuro che la sofferenza durata avrebbe inserita la mia piccola storia di uomo in quella tua grande, Calabria, avrebbe creato un messo sempre più stretto tra tè che hai tanto patito nel tempo, ed io che portavo la mia parte di sale al tuo mare. E un giorno non troppo lontano unito a te nella zolla sarò anch’io Calabria, sarò il fremito dei tuoi alberi, il murmurc della tua onda, il sibilo dei tuoi uragani, il profumo delle tue siepi la luce del tuo cielo. Si dirà Calabria e anch’io sarò compreso in quel grande e immortale nome, anch’io diventato un ulivo dalle enormi braccia contorte spaccate dal vento dei secoli, anch’io sarò favola al canto che sgorghi improvviso come acqua dal sasso dalle labbra di un giovinetto pastore dell’Aspromonte, davanti al fuoco ristoratore di un vaccarizzo odoroso di latte e di redi nella lunga notte invernale. (Leonida Répaci)
Scatto (mio!) da Villa Pietrosa a Palmi (RC), residenza di Répaci.